Verso un paese lontano
 
Dopo un po’ che leggevamo fumetti, ci accorgemmo dell’esistenza delle porte. Ce n’erano dappertutto. Di chiuse, di aperte, di spalancate, di socchiuse. Pagine piene di porte oltre le quali non si vedeva niente, e pareva esserci soltanto il vuoto.
Cartapesta. Nient’altro che cartapesta. Non potevamo crederci. Non ci abbiamo creduto.
Dopo un altro po’ che li leggevamo, pensammo di averne scoperto il segreto. E iniziammo, prima timidamente, poi con sicurezza, poi ancora con sfrontatezza, ad aprire quelle chiuse, e a entrare in quelle aperte.
Ci stavano aspettando. Sembravano persino un po’ irritati per il nostro ritardo. Ma ci rifacemmo in fretta. Diventammo amici dei protagonisti dei racconti che leggevamo, iniziammo a conoscerne meglio anche i comprimari, ci meravigliammo nello scoprire quante altre persone vivessero oltre le porte delle storie. Persone schive, che non amavano farsi vedere, delle quali forse sospettavamo l’esistenza, pur senza mai averla potuta verificare.
Era bello andare oltre le porte. Pedinare i nostri eroi nei momenti di rilassatezza e distensione. Spiarli mentre facevano progetti. Sentirli mentre ascoltavano la loro musica preferita. Guardarli mentre si guardavano allo specchio. Riempirsi del loro odore. Coglierne le emozioni. Capirli.
Capitan Miki e Pecos Bill, e i loro rossori improvvisi davanti agli occhi smaliziati di una ragazza. Paperino e lo shock che ricevette quando arrivò a sbrogliare fino in fondo l’intricata matassa delle parentele dei paperi di Paperopoli. Marny Bannister, il cui diario di adolescente accumulava il risentimento contro chi non sapeva vedere quanto bella fosse dentro, irridendola se sosteneva che un giorno sarebbe stata bella anche fuori, la più bella. Diabolik, che non riusciva a dimenticare il giorno in cui gli negarono l’assunzione nella polizia, lui che pur di svolgere quel mestiere avrebbe dato tutto. L’Uomo Mascherato che, impacciato ma pieno di premure, insegnava al proprio figlio come raccogliere il testimone del Giuramento del teschio e diventare anche lui un’Ombra che cammina. Jnfernal, cui non importava essere etichettato come semplice ladro, quando invece stava recuperando fondi per la costruzione nella sua Germania di un gruppo terroristico di cui si sarebbe sentito parlare in tutto il mondo. E Tex Willer, e Valentina, e Kriminal, e Batman, e Topolino, e Spettrus, e Corto Maltese, e Zanardi, e Mister No, e Ken Parker.
Li abbiamo conosciuti così. Aprendo quelle porte. Entrandovi dentro. Per non perdere un solo gesto e una sola parola. Per esserci. E per nutrire la parte di noi stessi che era rimasta fuori.

È sempre stato così. È lo stesso con tutti gli altri veri amici della nostra vita. Li abbiamo sempre voluti vicini. Sempre anche oltre le ore concesse alla lettura, alla visione, all’ascolto, al vagabondaggio, e al pensiero.
Sappiamo tutto di Jim Hawkins e delle isole che ha continuato a inseguire; di Fabrizio Del Dongo e delle lunghe lettere che ha scritto al figlio morto per esaltare la dolce bellezza di Clelia. Sappiamo tutto di una persona incontrata per caso una sera in un bar, di una signorina cantata in una canzone di scarso successo, di un sorriso stampato sulla copertina di una rivista alla moda, del perché un fremito ci colpisce tutte le volte che guardiamo il finale di Fandango.
Lo sappiamo per averlo voluto sentire. E per averlo sentito lasciandoci guidare dall’intuizione e dalla fantasia. Dal desiderio, insomma.
Dall’intuizione che non sopporta i virgolettati e le note a piè di pagina. Dalla fantasia che si lascia scivolare sulle parole, sui suoni e sulle immagini, e mai si ferma a cercare un senso, una definizione, una prigione di severa logica. Dal desiderio di intensificare le emozioni, prolungare le sensazioni, respirare le atmosfere. Sempre, anche a libro chiuso, musica finita, immagine dissolta, notte venuta.

È la nostra utopia. Quella delle cose che non finiscono mai, dei sogni che si ostinano a ritornare, dei fantasmi che non si disperdono, dei ricordi che non si cancellano, delle immagini che si rincorrono, dei brividi che non si dimenticano.
È l’utopia degli ideali che non si piegano agli avvenimenti. Che non si consumano col tempo. Che trovano sempre qualcuno convinto a farli propri.
Ed è spesso la stessa utopia che muove le gesta e le parole di tre personaggi a fumetti – Corto Maltese, Mister No, Ken Parker – di cui parliamo in questo libro. Mai analizzandoli (non sono campioni di sangue, né sequenze di numeri) con le pretese del saggista universitario alla conquista di punti-carriera, ma più semplicemente raccontandoli. Come sono, come abbiamo creduto che fossero, come abbiamo voluto che fossero.
Ci perdonino i legittimi autori di quei personaggi e di quelle storie. Forse a volte siamo andati oltre i loro specifici progetti, ma non era nella nostra intenzione sostituirli. Non potremmo e non vorremmo. Abbiamo i nostri, di personaggi. Abbiamo le nostre, di storie. Le stiamo raccontando e le racconteremo. Mai dimenticando di disseminarle di porte, chiuse, aperte, spalancate.
Qui, ci siamo soltanto limitati a sentirci in qualche modo complici di uno sforzo che non è andato perduto. Partecipi anche noi di un viaggio unico ed entusiasmante.
Il viaggio verso un paese lontano.
Il viaggio verso l’utopia.
 
(Prefazione a Destinazione utopia, 10/10/1988)