| Tanto rumore per poco |
| Non ci sono dubbi: è un momento fortunato per il giallo italiano. Si stampano romanzi, se ne vendono, c’è fermento di stampa e di pubblico, si fanno festival, a volte agli scrittori sono sollecitate le parole che si pretendono da un maître-à-penser, in un’occasione sono stati persino richiesti come indossatori per una sfilata di moda. Secondo alcuni, il giallo italiano vive la sua stagione più felice. Altri arrivano a sostenere che l’unico modo per capire l’Italia di oggi sia leggere i romanzi polizieschi che vi si scrivono. Non diciamo sciocchezze. Mi costa riconoscerlo, visto che mi sono dato parecchio da fare per la sua affermazione: a una lettura disincantata il giallo italiano di oggi risulta un prodotto di maniera, autoreferenziale, impacciato, del tutto avulso dalla realtà sociale del nostro paese. Sembra vivere dentro suoi personalissimi anni ottanta, in una euforia tronfia che nasconde povertà di idee, assenza di motivazioni. Certo, ci sono eccezioni, buoni autori e buone scritture, ma l’occhio critico è costretto a segnalarli come vertici isolati di una produzione bolsa e inservibile, scritta su misura per la biblioteca faziosa dell’appassionato, non certo per il raccoglitore di opere di riferimento. Niente a che vedere, insomma, con un canone di testi che alcuni arrivano a definire “sovversivo”. La difficoltà maggiore del giallo italiano, paradossalmente, pare proprio essere quella di fare i conti con la realtà. Dopo alcuni eccellenti precursori come Ciabattini, Donati, Enna e Scerbanenco, dopo una stagione felice anticipata da quel capolavoro che è La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, e capace di rilasciare i buoni libri di Veraldi, Olivieri, Macchiavelli e Levi, la narrativa poliziesca ha smesso di raccontare il mondo intorno, quello che ogni mattina si sveglia insieme a noi. Chi cercasse nei libri dei nostri giallisti tracce di presente, le troverebbe talmente fuori fuoco da risultare evanescenti, comunque deformate. Vedrebbe a fatica la criminalità organizzata, non riconoscerebbe quella politica, stenterebbe a cogliere grani di quella microcriminalità che da sempre costituisce uno degli elementi perturbatori dell’atlante di ogni paese, non centrerebbe le motivazioni individuali formate dalla contemporanea evoluzione sociale e civile. Di contro, s’imbatterebbe in carabinieri acciaccati, poliziotti pieni di risibili problemi personali, magistrati… strano, ci sono pochissimi magistrati nel giallo italiano, eppure dovrebbero costituire il cardine di ogni indagine: che sia anche questo un sintomo di faciloneria? Per non parlare dei criminali: inverosimili serial killer, moventi rococò, linguaggi e comportamenti arzigogolati, precauzioni insensate, errori clamorosi. Un mondo a parte, insomma, riciclaggio di stilemi letterari, cinematografici e televisivi, invece che prodotto di ricerche sul campo. Per non parlare dello stile, dal quale si pretenderebbe un minino di elaborazione, il luogo di uno scolastico resoconto di serialità pacioccone e di città-cartolina. Niente a che vedere, insomma, con la grande tradizione del noir internazionale, francese in particolare, alla quale gli autori di casa nostra pur amano riferirsi. Tranne in pochi casi, leggendo un giallo italiano si ha immediata la sensazione di finire dentro uno scenario di cartapesta, per di più datato di almeno un decennio. Qualche mese fa, io stesso sono stato testimone dei messaggi sgomenti di lettori di gialli su Internet: erano terrorizzati dall’idea che, nella vita fuori dalle loro letture preferite, potessero accadere delitti come quello di Cogne. Allora: se i libri di genere non destano l’allarme che è in grado di procurare la cronaca, dove sta la loro presunta capacità di raccontare le tensioni e le inquietudini del presente? E dove la loro presunta carica sovversiva? Per una narrativa che si definisce “realistica”, ferire meno della cronaca non è la più disonorevole delle rese? |
| (Avvenimenti, 26/07/2002) |