La foresta dei coccodrilli

Via Savena Antico è un nome misterioso per una strada. Il Savena è un torrente, spesso poco più di un rigagnolo, che per un lungo tratto delimita a oriente il confine del comune di Bologna, un paio di chilometri oltre la strada in questione. Allora via Savena Antico era soltanto una delle tre strade tronche che si bloccavano ai confini di una vasta area brulla sulla quale si ergeva una grande fabbrica di non ricordo più cosa. Accanto alla fabbrica, in primavera e in autunno, sostava una piccola fiera dei divertimenti: la baracca del tiro a segno, una giostra per piccoli, un’altra per ragazzi (di quelle soprannominate “calcinculo” che offrivano una corsa gratuita alla coppia che riusciva ad afferrare uno straccetto di peluche pomposamente definito “coda di volpe”) e un autoscontro zeppo di automobiline che ricordavano la 313 di Paperino.
Quell’autunno, nell’autoscontro in fondo a via Savena Antico, le note di Obladì Obladà erano il tormentone dei numerosi pomeriggi sottratti allo studio. Era una canzoncina facile, ideale per agitarsi dentro gli abitacoli, prendere la rincorsa per sbattere con il massimo di violenza possibile contro le vetturette occupate dalle ragazze, loro strillavano, un po’ per lo spavento e tanto per civetteria. Ognuno aveva il proprio ruolo agli autoscontri, c’era quello che si ergeva a paladino delle ragazze, quello che fingeva temporanee alleanze per colpire dopo, più forte e più a freddo, quello che si rendeva antipatico salvo poi riscoprirsi un animo cavalleresco e accorrere in aiuto alle malcapitate. Ogni strategia era buona, pur di conoscere qualcuna da portare al ballo, la domenica, al Miami di via Sicilia, o al Parco Verde di via Cavedone dove suonavano ogni domenica i Pooh, ancora con il bassista inglese.
Con Caterina non c’era strategia che tenesse, lei arrivava, appoggiava la schiena contro il furgone della biglietteria, dondolava la testa e le gambe accarezzando il ritmo della musica, non saliva mai per farsi un giro, né da sola né in compagnia. Caterina doveva avere uno o due anni più di noi quindicenni, una corporatura robusta, capelli neri e carnagione scura, la curva dei seni accentuata. Non rideva spesso, ma quando lo faceva metteva in mostra denti bianchissimi, dentro una bocca, grande, carnosa e sempre in movimento per la continua masticazione di chewing-gum. Caterina era circondata da un alone di mistero, non faceva parte di nessuna compagnia, non si sapeva di preciso dove abitasse, un giorno c’era, quello successivo pure, poi poteva trascorrere anche una settimana senza che si facesse vedere. Davvero una stravaganza per la tribù di stanziali abitudinari quale eravamo. Poi, siccome non accettava volentieri le attenzioni dei ragazzi, c’era chi sosteneva fosse lesbica, una parolona dai significati così imprecisati che si faceva fatica persino a pronunciarla. Insomma Caterina era un caso anomalo, di che scatenare la fantasia, la mia in particolare.
– Ci stai a venire all’Art Club con me domattina? – le avevo chiesto un pomeriggio, durante il quale dovevo sentirmi meno insicuro del solito.
La risposta era scontata, la domanda l’avevo fatta solo per attaccare discorso. Incredibilmente, Caterina mi aveva detto subito di sì. Aveva anche la tessera, a differenza mia che me l’ero dovuta far prestare da Mauro, il figlio del farmacista, che aveva un paio di anni più di me. L’Art era un locale dove si poteva ballare dalla mattina fino a notte, un locale strano come forse non ce ne sono più, in cui si andava in coppia perché non era permesso entrare da soli. Era un ritrovo senza sorprese, adatto per pomiciare con la propria ragazza oppure per concludere un lungo corteggiamento. Non sembrava il caso mio e di Caterina, noi ci conoscevamo appena, però avevamo varcato lo stesso il portone d’ingresso, una mattina di ottobre poco dopo le otto, marinando la scuola, io il liceo, lei uno dei tanti professionali.
Conoscevo l’Art Club solo per sentito dire, era una leggenda, il luogo dove i sogni si realizzavano, il locale che si doveva frequentare per diventare grandi. Bisognava iscriversi, si pagava il biglietto, dava diritto anche a una consumazione, si poteva rimanere anche per tutto il giorno. All’ingresso, io ero titubante, Caterina si muoveva con disinvoltura, aveva salutato un cameriere, mi aveva detto che ci era venuta in diverse altre occasioni. Era stata la prima volta che avevo sentito mordermi le tenaglie della gelosia, facevano male. Se non mi avevano sopraffatto, era solo perché ero troppo impegnato a cercare di capire come muovermi, Avrei dovuto tentare di baciarla subito, o continuare a sbirciare l’orologio per controllare quanto tempo mi restava per provarci?
Era stata lei a decidere anche per me, aveva interrotto una mia mediocre strategia di avvicinamento, si era alzata per andare in bagno, era tornata quasi subito, si era fermata in mezzo alla pista dove si ballava, mi aveva fatto segno di raggiungerla. Gli altoparlanti diffondevano le prime note di Hey Jude. Caterina aveva allungato una mano, mi aveva afferrato sulla nuca, mi aveva tirato a sé e mi aveva cinto il collo con l’incavo del gomito, dopo mi aveva appoggiato un dito sulle labbra, lo teneva lì, premuto. Ricordo che il dito odorava di pipì, poi ricordo che lo aveva tolto e sostituito con le labbra, poi ancora che aveva aperto la bocca e aveva cercato la mia lingua. Avevamo passato il resto della mattinata a baciarci, mentre ballavamo, mentre ce ne stavamo seduti sui divanetti di finta pelle, mentre andavamo verso il bancone del bar per la consumazione di rito, forse una Coca Cola con il limone. Ogni volta che mi avvicinavo a lei, raccoglievo la consistenza dei suoi seni, loro mi premevano contro. L’urgenza di sentirmeli addosso mi costringeva ad acrobazie che non sarebbero dispiaciute a un contorsionista. Sulla pista, mentre i lenti si susseguivano l’uno dopo l’altro, avevo cercato di premere il mio pube contro il suo, non me l’aveva permesso. Ero stordito, le avevo chiesto se voleva diventare la mia ragazza, lei mi aveva risposto di no, e quando eravamo usciti dal locale aveva inventato una scusa per non tornare in autobus con me.
Avevo passato i giorni seguenti a interrogarmi sullo strano comportamento di Caterina, ancora di più a rivivere attimo per attimo le tre o quattro ore della nostra intimità. Prima della sua avevo conosciuto soltanto la bocca di Roberta, decisamente più dolce e vellutata. Al confronto, Caterina mi era sembrata più aspra, corposa, anche l’odore della pelle era meno speziato, come di torba, di qualcosa che cresceva sotto terra, integro, forte, non ammorbidito dal calore del sole. Indossava una maglione di lana, stando abbracciato a lei avevo catturato l’odore che vi si era fissato, mi ero perso in quel calore umido e mi era sembrato sacrosanto non staccarmene più.
Invece, dopo quella mattinata all’Art Club, Caterina l’ho rivista poche volte, sempre di sfuggita. L’ultima è stata una sera di un paio di estati dopo. Avevamo organizzato una tenda di solidarietà per il Vietnam, io ero già ufficiosamente fidanzato, lei non lo so. Eravamo in un gruppo di amici, c’era anche la mia ragazza, seduti fuori dalla tenda nel parco della Festa dell’Unità alla villa Riccitelli. Poco più in là, su un palco che avevo montato anch’io, Mia Martini teneva uno dei suoi concerti nell’estate che la vide primeggiare nelle classifiche con Piccolo uomo. Caterina era comparsa all’improvviso, era entrata nella tenda, mi aveva fatto segno di seguirla. Era bella, bellissima, più del ricordo che mi era rimasto di lei. Mi aveva guardato, senza altri preamboli mi aveva detto che le sarebbe piaciuto cominciare un rapporto vero con me. Avevo dovuto risponderle che non era possibile, che non potendo aspettarla all’infinito mi ero messo con un’altra. Era uscita, aveva la faccia triste, però era rimasta insieme a noi e, quando Mia Martini aveva intonato “piccolo uomo non mandarmi via”, le si era aperto un sorriso fra le labbra. Chissà a cosa pensava.

Castelvecchi
Pagine 128
€ 11
scheda recensioni > leggi un estratto
>libri
Questo sito utilizza solo cookie tecnici, propri e di terze parti, utili al funzionamento delle pagine web. Se vuoi saperne di più o negare il consenso ai cookies, consulta la nostra Informativa. Proseguendo la navigazione del sito o cliccando su "chiudi" acconsenti all'uso dei cookie.