Niente da capire

Armando è grosso, di una robustezza che solo l’età e l’alcol hanno saputo fiaccare. Assunta è piccolina, un fascio di nervi e muscoli allenati dal lavoro quotidiano di una casa troppo grande per loro due.
Assunta odia quel suo uomo tanto ingombrante, lo vorrebbe spostare, mettere da qualche parte dove non le dia fastidio. Si chiede ogni volta se ne avrebbe la forza, un giorno si risponde di sì, che quella forza ce l’avrebbe. In cucina ci sono i coltelli. Hanno la lama bene affilata, l’arrotino è passato non più di quindici giorni prima, li ha raggiunti anche se abitano fuori città, in una casa isolata dove ormai è campagna.
Assunta lo vuole guardare negli occhi Armando, mentre gli pianta il coltello in pancia. E lo guarda. Non li distoglie al primo colpo, al secondo, e neppure al terzo. Armando è grosso, ce ne vuole di forza per arrivare a ucciderlo. Assunta è stremata, capisce che quella forza non ce l’ha più. Lascia il coltello infossato nella pancia del marito, abbandona la presa e si mette a sperare nel miracolo.

Antonia entra in libreria e va direttamente alla cassa. C’è il cassiere antipatico, quello che ci prova con tutte.
«È arrivato il libro che ho ordinato?».
«Si chiama lei?».
«Antonia Monanni».
«Bel nome, Antonia».
«Lasci perdere».
«Come siamo suscettibili…».
«Le ho detto di lasciar perdere».
«Dunque, qui vedo che no, non è ancora arrivato».
«Ma se l’ho ordinato due settimane fa…».
«Guardi, proprio perché è lei vedo se mi riesce di fare un miracolo».
Il cassiere si china, dà l’idea di cercare qualcosa, si rialza e porge ad Antonia il libro che aveva ordinato.
«Eccolo qua. Sono tredici euro, la sopratassa per il miracolo gliela abbuono».
Antonia paga, esce dalla libreria, bofonchia.
«Testa di cazzo», dice.

Armando è grosso e ha un coltello piantato in pancia. Neanche prova a sfilarselo. Ha altro per la testa, ma non lo dice, dalla sua bocca distorta dal dolore non esce una sola parola. Guarda appena Assunta, non dà neppure l’idea di riconoscerla. Si gira. Si muove a scatti, d’istinto come in certi film dell’orrore.
Assunta lo fissa, sembra paralizzata, inchiodata dalla responsabilità di avere piantato lei quel coltello nella pancia del marito. Pensa che Armando morirà, crede che nessuno possa vivere con un coltello infilato nella pancia.
Armando sa dove andare, ci va con la cadenza dei soli passi pesanti che gli riesce di muovere.

Posteggiare in centro è sempre un delirio. Ha lasciato l’auto in seconda fila per quei tre o quattro minuti che le sono serviti per entrare e uscire dalla libreria. La contravvenzione è sotto il tergicristallo. Le due ausiliarie che l’hanno messa stanno facendo una multa due macchine più avanti. Antonia le raggiunge.
«Guardate, l’ho lasciata un istante solo per andare a prendere questo libro», e lo sventola come a confermare che sta dicendo la verità.
«La strada non è un salotto dove uno può fare i propri comodi», dice una delle due.
Antonia non sa cosa le prende, estrae il tesserino che l’autorizza a muoversi come vuole in città, anche con l’auto personale.
«Sono in servizio», dice.
«Ah, certo, sicuro, è in servizio. Sono sempre tutti in servizio in questa città», dice una.
«Anche noi siamo in servizio», aggiunge l’altra, e va verso l’auto di Antonia, prende la contravvenzione e la straccia.
Antonia ringrazia, risale in auto, mette la freccia per segnalare la partenza, dopo può solo vergognarsi, bofonchia.
«Testa di cazzo», dice a se stessa.

Armando è tornato. Regge a malapena una motosega, l’ha presa dal deposito degli attrezzi, la usa ogni giorno perché c’è sempre qualcosa da aggiustare, nell’orto e in giardino, un rametto cresciuto storto, qualche pianta cattiva da estirpare, la siepe da pareggiare. E poi perché c’è da preparare la legna per l’inverno, tanti piccoli ceppi che nel camino prendono subito fuoco.
Assunta guarda Armando, viene verso di lei, ormai zoppica, quasi incespica sotto il peso della motosega e la ferita del coltello che continua a penzolargli dalla pancia. Assunta capisce che dovrebbe scappare, lo sa. E invece rimane lì, impalata, rimessa al proprio destino. Quando la motosega di Armando la taglia in due, all’altezza dell’ombelico, il dolore della morte lo sente tutto. Sente anche qualcos’altro, una forma impalpabile di pensiero, il gusto amaro della liberazione.

Il vigile la ferma, Antonia accosta.
«Lo sa che non si può parlare al telefono mentre si guida», dice il vigile.
«Guardi, non ho tempo, mi hanno appena chiamato per un omicidio», replica Antonia, e allunga il tesserino.
Il vigile guarda scrupoloso il tesserino, davanti e dietro.
«Dovrebbe rifarlo», dice mentre glielo restituisce. «Dal vivo è molto meglio che in fotografia».
«Lasci perdere».
Antonia infila il tesserino dentro il portafoglio e fa per andarsene.
«Mi raccomando, lo prenda l’assassino. Non se ne può più di tutti questi delinquenti in libertà».
Antonia digita l’indirizzo sul navigatore, si rimette in strada, bofonchia.
«Testa di cazzo», dice.

Antonia non ha mai visto tanto sangue, ma forse lo pensa tutte le volte. La donna è tranciata in due pezzi, un taglio sghembo, sproporzionato: sarebbe bastata una botta in testa per mandarla all’altro mondo. L’uomo è stramazzato per terra fra i due pezzi della donna. Ha un coltello piantato nella pancia. Il dottore dice che è ancora vivo, però ne avrà per poco, ha perso molto sangue ed è facile che la punta del coltello abbia infilzato il fegato. L’ambulanza sta arrivando. Gli schizzi di sangue sono dappertutto, come spruzzati apposta per la scenografia di un film per adolescenti.
Antonia chiede agli uomini della scientifica di accertare quello che appare evidente, ovvero che quei due hanno fatto tutto da soli. La donna deve avere accoltellato l’uomo, lui per tutta risposta l’ha tagliata in due. Perché non si saprà mai.
Teste di cazzo pure loro.

Perdisa Pop
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