Niente da capire

Bologna probabilmente. Gli ultimi anni. Antonia Monanni, capelli lunghi neri, gran figa, mancina, laureata con lode in giurisprudenza, lettrice selettiva di libri (i tanti brutti li straccia) e di altro (in rete), depilazione trimestrale, fumo frequente, lavoro stressante, fa la magistrata su scene del crimine. Vive sola, frequenta uomini non a lungo (un giornalista, un fotografo, un agente) e finisce per prendersi un gatto di compagnia. Conduce indagini, si limita alle prove essenziali, amerebbe sfide investigative, odia i romanzi gialli, risolve casi. La realtà è di assassini banali e pasticcioni, improvvisazioni istantanee e meschine, moventi assurdi e bislacchi. Mariti, mogli, compagni e compagne uccisi per dinamiche lontane, su fortuite spinte, con mezzi di fortuna, talora vicendevolmente. Come anche padri verso figlie e/o figlie. Poi c’è chi uccide per il rumore, per le troppe visite alla vicina di letto nell’ospizio, per non far sesso con lo spacciatore durante le mestruazioni, per la follia di un momento. La vita di Antonia scorre parallela: soffre di inquinamento acustico e decide di cambiare residenza, non riesce a dormire mentre una ragazza è massacrata dalla coinquilina e da due amici, si tocca il pube rasato come il rapinatore sospettato si sistema il pacco. La classe non è acqua. Luigi Bernardi (Niente da capire, Perdisa Pop 2011, pag, 143, euro 10) rielabora in terza con Antonia sei racconti recenti e ne aggiunge sette per darci un romanzo di vita nera quotidiana, aforismi noir come esplicito requiem per il pervasivo poliziesco. Poca musica (Bowie) e poco cibo (risotto casalingo).
Valerio Calzolaio, Il salvagente, 13/20 gennaio 2011

C’è la luce in fondo al noir
C’è un’altra detective italiana, in città, la pm Antonia Monanni. Ma uscendo dalla penna di Luigi Bernardi, talent scout editoriale di rango (Cacucci, Fois, Ferrandino, Lucarelli, Nori, Vallorani) e impollinatore delle migliori collane noir d’Italia (Granata Pess, Hobby & Work, Derive Approdi, Fazi, Einaudi Stile Libero, Perdisa), ha ambizioni letterarie ben più ardite che risolvere misteri. «Considero la raccolta di racconti Niente da capire, tredici storie senza mistero la pietra tombale di noir, giallo e mistery, dice l’autore, ben consapevole dell’impresa. Il bello è che c’è riuscito davvero: espunti abilmente lo scopo dell’indagine (trovare l’assassino) e ogni indulgenza a una scrittura men che essenziale, ciò che resta è una sorta di biografia di un punto di vista, che per omissione di tutto il resto restituisce appieno clima, temi, atmosfere e personaggio. In tredici frammenti-racconto che fanno di centoquaranta pagine più di un romanzo.
Maurizio Bono, D La Repubblica delle Donne, 22 gennaio 2011

Il crimine per quanto lo si analizzi scientificamente, psicologicamente, sociologicamente, ha in sé qualcosa che sfugge, una variabile impazzita, una tara endemica, un cromosoma anomalo. Il crimine è sgradevole, puzza dell’odore dei cadaveri decomposti, del sudore non lavato, della paura dei colpevoli, è privo di mistero non appartiene all’universo perfetto che cita Durrenmatt nello stralcio da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco che come un memento apre la raccolta di racconti che compongono Niente da capire. Capire, inquadrare ridimensionare è una smania che un po’ ci contraddistingue tutti, ci rassicura, ci anestetizza, pone dei confini a qualcosa la cui vastità ci spaventa, ci terrorizza. Ma a volte capire è l’ultima cosa da fare. Capire è inutile, dannoso, impossibile. La mente, la ragione arrivano fino ad un certo punto e non oltre. Viviamo in una realtà amputata, frammentaria, scaduta. Non è un gioco di società, un mistero da svelare, il crimine, il delitto, il male. Possiamo riunirci tutti davanti al fuoco di un televisore e vedere discutere criminologi, psichiatri, giudici, poliziotti, giornalisti, finanche assassini, li possiamo vedere scannarsi l’uno contro l’altro a colpi di tesi contrapposte, per non giungere a nulla. La moglie ha ucciso il marito perché un filo l’ ha avvolta e la ha mossa a farlo, un marito che magari amava, con cui aveva diviso giorni felici, figli, speranze, momenti tristi. E’ successo, non si può tornare indietro, rimediare, mettere a posto le cose come ci conviene. Soprattutto i moventi infatti di queste storie di sangue e di follia sono agghiaccianti: c’è chi uccide per un po’ di sale, chi perché i vicini sono rumorosi e non puliscono bene il pavimento, chi perché la figlia fuma troppo e non sa come farla smettere, chi viene uccisa perché in una casa di riposo viene visitata dai figli, nipoti, pronipoti di più della compagna di stanza. Motivi che in una qualsiasi statistica brillerebbero per assurdità, per inconsistenza, motivi futili che non consentono attenuanti.
Ci sono storie, alcune visibilmente ispirate alla cronaca nera degli ultimi anni, che echeggiano i casi di Rosa e Olindo Bazzi, di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, altre forse inventate, forse ispirate da sensazioni, mezze verità carpite per strada, odori, ricordi, ipotesi plausibili, storie che forse sono successe e non hanno raggiunto i clamori della cronaca o che forse succederanno. C’ un racconto soprattutto che mi ha colpito, ha superato la superficie della diffidenza, della repulsione, del è solo un libro, inchiostro e pagine di carta, si intitola Camilla senza mani, forse non è il più bello se la categoria estetica ha un senso nel descrivere questi racconti di quotidiano orrore, ma è quello che mi ha più disturbato, disorientato, fatto riflettere. Il cadavere di un’anziana ottantenne con il collo tagliato da un orecchio all’altro viene rinvenuto con le mani tagliate. Un cadavere che non ispira pena come di solito succede verso le vittime. Un assassino che confessa. Senza movente, se non un attimo di inspiegabile follia. Ha tagliato le mani del cadavere perché l’ ha visto fare in un telefilm poliziesco americano, per non far trovare residui della propria pelle sotto le unghie della vittima. La sua unica preoccupazione è che cosa gli daranno da mangiare per cena, lui musulmano, non mangia carne di maiale.
Teso, fino quasi a strapparsi, Niente da capire è un mosaico di micro racconti legati da un unico filo conduttore, un'unica linea rossa, un'unica certezza infondo le cose accadono perché così deve essere, non c’è niente da capire. Dal 26 gennaio in libreria.
liberidiscrivere.splinder.com

Quella violenza così "banale"
Niente da capire di Luigi Bernardi (Perdisa Pop, presentazione domani alle 18 alla Feltrinelli di piazza Ravegnana) è una collezione di tredici storie, una sorta di variazioni sul tema della banale criminalità, con tutto il peso che la "banalità del male" ha acquisito nella coscienza contemporanea dopo le riflessioni di Hannah Arendt. Quando una donna uccide una coppia di vicini e il loro bambino perché quei due copulano troppo rumorosamente; quando un padre uccide la figlia a colpi di pistola perché fuma troppo e il fumo, si sa, fa male; quando una giovane sotto un cavalcavia uccide il suo uomo con una coltellata e gli riduce la resta in poltiglia con una pietra perché l'ha sorpreso con una bambina in una roulotte; quando un'amabile vecchietta butta giù dalla finestra di una casa di riposo la sua compagna di stanza perché i suoi figli, nipoti e pronipoti si siedono perfino sul suo letto facendo "un baccano dell'ostia", allora non c´è proprio "niente da capire", come sembra ripetere a se stessa Antonia Monanni, il magistrato di turno di queste "tredici storie senza mistero", e ogni ulteriore indagine diventa inutile e grottesca. Luigi Bernardi con la sua prosa sempre limpida e a volte ironica sembra volerci condurre a contemplare quell'abisso dove, come ci rammenta Dürrenmatt, le nostre leggi che si fondano sulla probabilità e sulla causalità affondano nell'incommensurabile e dove ogni singolo caso può sfuggirci di mano. E la stessa Monanni, donna zelante sul lavoro, ma sottilmente depressa e un po' sregolata nella abitudini, è vicina a quel fondo oscuro di cui si alimentano "i bizzarri moventi che possono portare a un omicidio", "le stronzate che agguantano la vita e non la mollano più". Non è quindi un semplice artificio narrativo quello del "montaggio alternato" fra le storie criminali e le vicende private di Antonia, perché Antonia, per la sua dolente sensibilità, è più adatta a comprendere dal di dentro, senza voler spiegare dal di fuori la banale e sfuggente materia di cui son fatti i delitti. Il merito di questo libro è quello di rammentarci continuamente, attraverso la sua godibile leggibilità, che, come scriveva Karl Jaspers, spesso "è possibile spiegare pienamente qualcosa senza comprenderlo".
Alessandro Castellari, La Repubblica Bologna, 25 gennaio 2011

Quei fatti di sangue in cui non c'è niente da capire
Raccontare ciò che raccontano i libri gialli depurando però la storia delle componenti che solitamente sanciscono il successo di un giallo: ovvero la fase investigativa dell’indagine, il mistero e il movente. E’ così che il bolognese Luigi Bernardi, recita il suo requiem al “noir” tradizionale, pubblicando un giallo-non-giallo nel quale non c’è Niente da capire, ovvero tredici storie senza mistero.
Uscito lo scorso 26 gennaio per Perdisa Pop, Niente da capire si limita a raccontare tredici crimini senza perdersi nell’affannosa ricerca di un motivo, liberando la realtà dagli enigmi e negando la razionalità del delitto. “Mi sono accorto che nella cronaca nera è sempre fortissima la tentazione del movente, ma nella realtà sono pochi i casi in cui esiste davvero un perchè”. Anzi, il crimine è il più delle volte follia cieca, mancanza di ragione. “Nell’800 si raccontava semplicemente il crimine senza giudicarlo e senza dover necessariamente arrivare ad una soluzione”. Dietro il suo Niente da capire, una critica alla giallificazione della realtà e al mondo che si muove dietro la cronaca nera. “Gli omicidi irrisolti sono pochissimi e sono quelli che finiscono sui giornali. La maggior parte viene risolta sul momento, proprio come accade nel mio libro”. La sua protagonista, infatti, il magistrato inquirente Antonia Monanni, attorno alla quale Niente da capire prende vita, si trova in continuazione a collezionare storie di morte nelle quali tutto appare, immediatamente, chiaro. Niente di imprevedibile, tutto tragicamente alla portata dell’istinto umano. Un personaggio, quello di Antonia, costruito per gradi. Prima antipatica, qualche volta cinica e distante, come fosse difficile da afferrare per il lettore. Poi una visibile evoluzione, la sua capacità di raccontarsi nell’intimità della vita privata e dei ritagli di tempo, nei quali la morte, la violenza e il delirio si fanno da parte consegnandoci una donna che “dovrebbe tagliarsi i capelli e spalmarsi di creme, pensare di più a se stessa invece di lavorare dalla mattina alla sera”. Diventa un personaggio vincente, un’eroina da imitare. Tanto fredda fuori, quanto calda all’interno. Lungo la sua strada padri che nella notte di capodanno uccidono i propri figli per poi farla finita, fili invisibili che fanno prendere la mira ad una moglie, una ragazza che voleva solo del sale. Ed anche la storia di Hillary, che assomiglia a quella di Meredith Kercher, e quella di una signora che massacra i suoi vicini di casa, in ricordo della strage di Erba. Lontano anni luce dal noir al quale siamo abituati, e forse assuefatti, Bernardi propone una formula che funziona, coinvolge ed entusiasma il lettore. Niente da capire, infatti, nonostante le apparenze, ha un suo originalissimo perché.
Giuliana Sias, L'Unità Emilia Romagna, 8 febbraio 2011

In un momento di overdose da gialli e noir, Luigi Bernardi, che del genere è una sorta di mostro sacro, si disintossica scrivendo Niente da capire, tredici racconti che - dice lui - sono la pietra tombale di giallo, noir, mistery. Eppure ci imbattiamo in una procura, in interrogatori, in una pm, e poi poliziotti, assassini, sangue, moventi. Dov’è quindi la novità? La novità sta nell’assenza - totale - del mistero: perché un delitto, checché ne scrivano giallisti e reporter, non è quasi mai avvolto dal mistero. È un delitto e basta, con retroscena che raramente emergono. C’è dell’altro. In Niente da capire, oltre alla rara capacità di chi, scrivendo, sa coniugare semplicità e musicalità, troviamo un personaggio di donna, il pubblico ministero Antonia Monanni, che non è né un’eroina né ha doti particolari. È semplicemente una donna che tutti i giorni confronta se stessa con il crimine. E quando torna a casa non ha il guizzo intuitivo che porta a risolvere un caso, come da copione noioso, trito e ritrito. Insomma, una donna che è al tempo stesso protagonista e non protagonista. Ma così ben tratteggiata che difficilmente si dimentica. Siamo davanti a una lezione di Bernardi: la penombra quando si racconta, paga, sembra volerci dire. Basta saper dosare parole e azioni.
Antonia, insomma, pare avere molte affinità con il suo creatore: fa bene il suo lavoro, è forte e fragile, è umana.
Le luci della ribalta vadano pure agli epigoni di Montalbano. Tanto epigoni son destinati a restare, no? Niente da capire e Antonia, perlomeno, possono rivendicare l’originalità, merce rara in libreria.
Remo Bassini, La Sesia, 11 febbraio 2011

Nella testa dell’assassino:Niente da capire, tredici storie di Luigi Bernardi
Parliamo di un libro, che unisce racconti nuovi ad altri già precedentemente pubblicati, e si propone al lettore come “la pietra tombale di giallo, noir e mistero”, discostandosi del tutto dai classici schemi della letteratura di genere. Ci spiega la scelta di questa definizione?
È una frase a effetto, provocatoria. Il senso è che le storie criminali si possono raccontare, e raccontare meglio, se non si è costretti a costruire intorno a loro i castelli narrativi che sono propri della narrativa poliziesca e della cronaca nera. L’omicidio è l’espressione più drammatica dell’essere umano, forse quella più intensa e definitiva. Che diventi occasione di gioco o di cattiva letteratura mi ha sempre mortificato. Con i miei racconti cerco di seguire il gesto omicida dal momento in cui si sviluppa a quello in cui, per così dire, termina la sua corsa. Niente altro mi interessa, solo quel gesto, un gesto che equivale alle parole che bastano per raccontarlo. Niente altro serve.

Queste tredici storie si intrecciano al vissuto personale del magistrato Antonia Monanni. Che è prima di tutto una persona, con tutto ciò che questo comporta. Ha smesso di ricercare un senso negli eventi, perché nei fatti non c'è niente da capire. Prende le distanze dal personaggio stereotipato della letteratura di genere e allo stesso tempo lo supera. Come?
Non mi interessava il solito commissario che indaga e trionfa. Volevo un personaggio in simbiosi con le storie che vive. Ogni elemento nel quale professionalmente s’imbatte finisce per riflettersi nella sua vita privata. Sono storie attraverso le quali non si può passare con la pretesa di rimanerne indenni. Solo la cattiva letteratura ne sarebbe capace.

Stefania viene uccisa perché fumava troppo, Hillary perché voleva solo dormire, la signora Armida perché aveva bisogno di un po' di silenzio. Sono delitti, questi, in cui viene meno la razionalità del movente. Come si inseriscono nel quadro dei suoi studi sul crimine? Sono storie da "male stanco"?
Ogni storia è quella storia, senza alcun legame con le altre. Sono storie contemporanee, da Male stanco, estremizzazioni dello stesso concetto: l’omicidio non è più una dimostrazione di forza, ma il segno di una formidabile debolezza, prima di tutto comunicativa. Viviamo nell’era delle comunicazioni di massa e fra di noi ci rapportiamo come primitivi.

"Il buio è un nemico invisibile dal quale non bisogna nemmeno farsi sentire, un nemico capace di cancellare lo spazio e il tempo, di dilatarli all'infinito, fuori da ogni coordinata". Il buio è il nero, inteso come assenza di luce e sinonimo di privazione. In che modo questo nero riesce a sovvertire gli schemi del noir?
Gli schemi del noir, così come tutti gli schemi, non sono difficili da sovvertire, basta togliere loro l’elemento sul quale si fondano. Io ho eliminato l’indagine. Senza l’indagine, senza la ricerca del colpevole, il racconto si concentra solo sull’omicidio e sulle sue apparenti ragioni. Dico apparenti perché nella gran parte dei casi il gesto criminale è innescato da un istante buio nel cervello, un momento di follia che si trasforma in azione irreparabile. Se scriverò ancora storie criminali, di sicuro mi dedicherò al momento del risveglio, quando un assassino scopre di essere diventato tale e non sa il perché.

La letteratura in Italia sempre più spesso tende a rivendicare una funzione consolatrice. Deve essere letteratura di evasione, di distrazione, di risoluzione, soprattutto. Vuole dimostrare che la tragedia si può e si deve spiegare. Che almeno i personaggi si salvino, dunque, se non può farlo l'autore. Come è successo?
È successo che abbiamo cominciato a chiudere gli occhi e, contemporaneamente, a pretendere di vedere lo stesso. È evidente che quello che vediamo è una proiezione dei nostri desideri. Per questo oggi tanto spesso si sente parlare di “percezione” e questa percezione è diventata ancora più importante del cosa c’è dietro quello che percepiamo. Se ragionassimo sui fatti e sui numeri arriveremmo a conclusioni diverse. Ma non ci interessa. Vogliamo storie edificanti, che finiscano bene, che non strappino il velo che abbiamo frapposto fra noi e il mondo fuori.
Giulia Guida, La Sesia 11 febbraio 2011

Un consiglio: Niente da capire
«Voglio consigliare dice Vincenzo Gallico di Fandango Incontro Niente da capire (Perdisa Pop, 144 pagine, 10 euro) di Luigi Bernardi, uno dei padri del noir italiano, uno scopritore di talenti. In questi 13 racconti brevissimi, la protagonista è sempre la stessa: Il magistrato Antonia Monanni, che racconta altrettante storie da lei vissute, dalle confessioni dei colpevoli alla scoperta dei "fatti" da lapalissinae evidenze. Fino a capire che la gente uccide senza un "ragionevole" notivo e che spesso è inutile cercare recondite verità: a volte un fatto è un fatto senza niente da capire. Una modalità di scrittura matura, documentata, coinvolgente. Da non perdere»
Il Messaggero, 7 febbraio 2011

Tredici modi per declinare il noir
Nel 1996 le Éditions Payot & Rivages raccolsero in un volume dal titolo Chroniques, le recensioni di Jean Patrick Manchette pubblicate in gran parte sulle riviste “Charlie Mensuel” e “Polar” tra il 1976 e il 1995, tradotte poi in italiano da Marco Bellini e raccolte dalle Edizioni Cargo in un volume dal titolo Le ombre inquiete. Il giallo, il nero e gli altri colori del mistero. In uno dei primi scritti Manchette sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco e invita il lettore a mettersi l’animo in pace perché l’epoca d’oro del giallo inizia e si chiude con il ventennio di Chandler, Hammett e Cain, quando il giallo era “il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore”.
Manchette parla di giallo ma intende noir, poliziesco, hard-boiled, e nella sua rubrica spiega le varie differenze tra i generi, ma ciò che conta qui è che uno dei massimi scrittori di noir quasi quarant’anni fa aveva già decretato la “morte del mistero”. Nonostante ciò il genere è rimasto ancora una fucina inesauribile di scrittori e libri. Chissà se il nuovo il “requiem per il noir” intonato da Luigi Bernardi, tra i principali protagonisti degli ultimi trent’anni dell’editoria italiana dedicata soprattutto alla letteratura nera e ai fumetti, ora avrà esiti diversi.
I tredici racconti di Niente da capire, tredici storie senza mistero - volume appena uscito per la collana “Arrembaggi” diretta da Antonio Paolacci per Perdisa Pop - sono definiti da Bernardi stesso «la pietra tombale di noir, giallo e mistero».
Una frase a effetto senza dubbio, ma leggendo i racconti, che sono dei veri gioielli narrativi e stilistici, si capisce che in realtà l’operazione portata a termine da Bernardi è una vera e propria destrutturazione della narrativa poliziesca per privarla degli elementi tipici come l’indagine e l’esaltazione del mistero e lasciare solo la banalità del male che non ha movente o spiegazione, ma appartiene alla sfera della follia momentanea, dei gesti irrazionali che non si possono capire. Bernardi sostiene quindi che tutta la costruzione dell’investigazione, dell’analisi del colpevole e della scena del delitto, degli indizi da reperire e far quadrare in un chiaro schema accusatorio rivelatore, non sono che elementi narrativi utilizzati dagli autori per buttare fumo nell’occhio del lettore e indurlo a credere nella menzogna della possibilità di una, ancorché minima, comprensione del male, dell’assassinio, della spinta omicida.
E l’intento è chiaro sin dall’inizio, quando in epigrafe sceglie di riportare un brano da La promessa, un requiem per il romanzo poliziesco di Friedrich Dürrenmatt, in cui lo scrittore svizzero sconfessa quanti vogliono costruire una realtà da dominare e gestire, perché essa alla lunga finisce per sgretolarsi sotto il peso dell’incommensurabile e dell’inconsistenza di un universo ordinato.
In fondo Bernardi si attiene ai dati statistici: gli omicidi irrisolti nella realtà sono così pochi che se si vuole restare fedeli alla cronaca e cercare l’insondabile, non si può che focalizzarsi sul momento in cui il crimine avviene, quell’attimo in cui la follia si sviluppa e che forse è l’unico elemento che ancora attiene al mistero: non il perché si uccide quindi, che è quasi sempre un motivo banale o altrimenti incomprensibile, ma il come si arriva al gesto finale.
In Niente da capire Bernardi prende alcuni racconti già editi e li mescola ad altri che in parte si richiamano a fatti di cronaca nostrana e costruisce tredici storie tenute insieme da un personaggio, il magistrato Antonia Monanni, che si trova ad accogliere le confessioni degli assassini, da cui emerge una insistita futilità delle motivazioni, o a ricostruire il crimine solo dalla scena del delitto. I crimini, gli odori, i fluidi corporei, le immagini dei delitti restano attaccati agli abiti di Antonia, le s’imprimono nella mente e finiscono per mescolarsi alla sua vita, non può prescinderne. Così tra un’efferatezza e l’altra entriamo nella vita del magistrato, nelle sue fobie, nelle sue inquietudini.
Un bel personaggio femminile, descritto con lo stile asciutto ed essenziale che viene usato senza alcuna concessione allo stereotipo, né al sentimentalismo: quello che si vede è quello che c’è. Come negli omicidi.
Seia Montanelli, Stilos, marzo 2011

Niente da capire
A dispetto del titolo, c’è molto da capire nelle tredici storie di Luigi Bernardi. Ipotesi e indagini non riguardano però l’identità dell’assassino ma il ben più grande mistero che è la natura umana. La citazione in epigrafe dalla Promessa di Dürrenmatt (Un fatto non può tornare come torna un conto...) ci mette sulla traccia della materia prima su cui lavora Bernardi, l’incidere sull’indimostrabile e sull’assurdità ultima che alimenta la violenza. Respinto dunque l’antefatto si piomba di pieno in quel luogo impenetrabile e solitario dei profili psicologici che l’autore non disseziona ma ricostruisce. Siamo nel lato occulto del delitto, nell’universo abissale delle pulsioni che la legge archivia come fattispecie, nella fucina dove si forgia l’impulso di uccidere. Mai una vera ragione, mai, appunto, un conto che torna. Mai un assassino abbastanza lontano da non essere uno di noi. La vecchietta vicina di letto nell’ospizio, il marito, i vicini, la figlia, vengono fatti fuori perché ricevono troppe visite, russano, fanno rumore o perché fumano troppo. Di Niente da capire colpisce la bravura di Bernardi per ricostruire appunto, in poche righe, uno scenario noir, denso, dove gli alterchi sono uno stillicidio che sbrocca nella perdita definitiva del controllo, nel morto che scappa, retroscena del vero punto forte del libro: la protagonista. Antonia Monanni, magistrata inquirente dalla personalità rude, magnificamente tratteggiata, è una bella figa, sui quaranta, un po’ depressa, incapace di relazioni stabili, logorata dalla durezza del mestiere. Odia i gialli perché troppo spesso sono scritti con i calzini e propongono trame assurde. E li odia perché danno l'idea che siano i poliziotti e i carabinieri a condurre le indagini, risolvere i casi: i poliziotti o i carabinieri, non i magistrati come lei. Gli sprazzi della sua vita privata (di quel che resta) si alternano in ogni racconto ai fatti di cronaca (riconosciamo il delitto di Perugia e la strage di Erba), legandoli e rendendo la sensazione di un romanzo breve, reso contundente dallo stile di Bernardi, scarno mordace e rabbioso. Cento quarant’un pagine che hanno però il difetto di finire troppo presto. "Più tardi sulla strada di casa, Antonia incrocia un grande emporio di elettrodomestici. Ci saranno decine di televisori tutti accesi che sfarfalleggiano invitanti. Le viene in mente di fermarsi e portasene a casa uno. Accelera. Dire stronzate fa parte del mestiere. È quando si compiono che agguantano la vita e non la mollano più."
Ana Ciurans, Blow Up, maggio 2011

Niente da capire
Niente da capire è un romanzo di racconti di Luigi Bernardi (Perdisa Pop), e mai titolo fu più azzeccato. Semplice, diretto, al cuore del problema. Perché Antonia Monanni, magistrata inquirente, lo ha capito da tempo. I racconti di Bernardi, alcuni dei quali già apparsi in antologie come Lama e trama, e qui rivisitati, sono un affresco straziante della quotidianità di Antonia, tra dolori familiari, sopralluoghi sulla scena del crimine, relazioni personali burrascose, solitudine, interrogatori di imputati, psicofarmaci. Certi casi riecheggiano fatti di cronaca, o ne sono ispirati, ma non si tratta del giallo con lo schema classico: situazione iniziale di ordine, crimine che infrange l’ordine, indagini e arresto del colpevole, ristabilimento dell’ordine. No, in Niente da capire non esiste ordine da infrangere o da ristabilire. Perché, e su questo punto Bernardi insiste da tempo, pretendere di dare ordine a quanto succede è desiderio di senso, che però è artificiale. Si può trovare il colpevole, e di solito lo si trova, ma capire il perché non è facile come trovare il movente, come si dice. Il senso – sembra urlare Antonia Monanni tra bambini uccisi, persone che ammazzano i vicini perché fanno sesso rumorosamente, donne che uccidono pedofili con violenza, omicidi e violenze familiari, corruzione e odio diffusi – non c’è. Per questo non c’è niente da capire. Le sue domande sono inutili e ricevono risposte assurde da persone di qualunque età.
Assieme ai gialli che costruiscono un senso che non esiste, Bernardi (e con lui la Monanni) irride criminologi che si arrampicano sugli specchi con teorie buone forse solo per i giornalisti e le nuove tecnologie che tanto piacciono ai telefilm. Piacciono alla finzione, alla fiction. Non alla Monanni, che le considera armi nelle mani del criminale: «gli basta andare sul luogo del delitto con il capo coperto da un cappello a tesa larga o un berretto con la visiera ampia, per evitare che il volto sia inquadrato dalle decine di videocamere che incontra lungo il cammino. Dopo, gli è sufficiente sporcare la scena del crimine con elementi presi lungo la strada». E la sicurezza della tecnologia è servita. Al resto penseranno gli avvocati.
Alberto Sebastiani, La gazzetta di Parma, 10 agosto 2011


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